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Effetti della somministrazione intratimpanica di metilprednisolone e di Gentamicina
nella Malattia di Menière.
 
Gabra N., Saliba I.

Obiettivo dello studio è valutare l’ efficacia del cortisone intratimpanico(Metilprednisolone) rispetto alla Gentamicina nel controllo sintomatologico della mdm e valutare i loro effetti sull’ udito.

In questo studio sono stati presi in considerazione 89 pazienti affetti da mdm di cui 47 trattati con gentamicina it e 42 trattati con cortisone.

Successivamente sono stati valutati da 1 a 6 mesi e dopo da 6 mesi ad 1 anno.

Le valutazione sono state fatte sia sull’ aspetto soggettivo, come il controllo delle vertigini, gli acufeni e la pienezza auricolare sia dal punto di vista oggettivo attraverso l’ analisi della PTA e della discriminazione vocale(esame audiometrico tonale e vocale).

E’ emerso che nei 2 gruppi, che prima del trattamento intratimpanico avevo lo stesso numero di vertigini, nei 6-12 mesi successivi dopo il trattamento l’ 82.9% dei soggetti sottoposti a Gentamicina it e 48.1% dei sottoposti a Cortisone riferivano totale controllo sulle vertigini. Risultavano migliorati anche il controllo sugli acufeni e la sensazione di pienezza auricolare dei pazienti trattati con Gentamicina rispetto al Cortisone.

I due gruppi riportavano infine una differenza significativa nell’ ipoacusia durante i primi 6 mesi ma che non risultava più evidente nei successivi 6.

In conclusione le iniezioni di Gentamicina sono risultate più efficaci rispetto al cortisone sul controllo sintomatologico senza riportare differenze statistiche sull’ ipoacusia.




La Decompressione del sacco endolinfatico di tipo chirurgico può prevenire
la bilateralizzazione della MDM? 
Kitahara T, Horii A, Imai T, Ohta Y, Morihana T, Inohara H, Sakagami M

Obiettivo di questo lavoro è valutare quando la chirurgia del sacco endolinfatico riesce a prevenire la bilateralizzazione della mdm. Sono stati valutati 237 pazienti affetti da MDM intrattabile con testall glicerolo ed Ecogh.

Di questi, 179 sottoposti a chirurgia del sacco endolinfatico di cui 144 senza idrope endolinfatico controlaterale e 35 con idrope endolinfatico controlaterale silente.

Nei restanti 58 pazienti di cui 40 senza idrope controlaterale e 18 con idrope silente sono stati trattati con terapia medica.

Tutti sono stati sottoposti a follow up di 5 anni.

Il risultato è che il 22.4%, cioè circa 53 pz con diagnosi clinica di MDM intrattabile unilaterale avevano un idrope nell'orecchio controlaterale. Nel gruppo non chirurgico 6 pazienti su 40 con MDM unilaterale senza idrope nell'orecchio controlaterale ha sviluppato malattia bilateralmente rispetto al gruppo chirurgico.

Nel gruppo non chirugico 9 pazienti su18 con MDM unilaterale ed idrope silente hanno sviluppato malattia nell'orecchio controlaterale mentre nel gruppo chirurgico solo 6 su 35.

Questi risltati evidenziano come la chirurgia del sacco può diminuire l'incidenza dello sviluppo della MDM nell'idrope silente controlaterale diagnosticata attraverso l'ecogh ed il test al glicerolo nei primi 5 anni del post operatorio.




Un’ approccio basato sulla proteomica identifica proteine plasmatiche caratteristiche
dei diversi stadi della MDM.
Chiarella G, Di Domenico M, Petrolo C, Saccomanno M, Rothenberger R, Giordano A, Costanzo F, Cassandro E, Cuda G.

La mdm è una patologia dell'orecchio interno che ha come principali sintomi vertigini, acufeni e pienezza auricolare.
Ad oggi non esiste un accordo comune non solo sulla causa ma anche sulle alterazioni molecolari che portano a sviluppare tale malattia.
In un recente articolo abbiamo dimostrato che i pazienti affetti da MDM hanno in comune alcune proteine del plasma alterate.

In questo studio abbiamo ulteriormente esteso la nostra ricerca e dimostrato come la differente espressione di proteine nel plasma può identificare specifici gruppi di individui affetti dalla malattia.

I nostri risultati confermano che un simile approccio potrebbe in futuro non solo condurci ad una diagnosi precoce ma anche al confezionamento di una terapia mirata




Valore Clinico dei potenziali evocati miogenici nella valutazione, stadiazione e predizione
sull' andamento uditivo nella MDM.
Kim MB, Choi J, Park GY, Cho YS, Hong SH, Chung WH

OBIETTIVO DELLA RICERCA:Valutare il possibile ruolo clinico dei potenziali evocati vestibolari miogenici(VEMP) nella malattia di Menière e se i risultati ottenuti possono essere utilizzati sia nello stadiare la malattia che nel valutare il futuro andamento uditivo.

I VEMP ricordiamo essere una metodica elettrofisiologica utilizzata per valutare la funzione degli organi otolitici ( utricolo e sacculo).

Nella MdM definita la prevalenza dei VEMP alterati è stata del 34% e tanto maggiore è stata la IAD ratio(somma dei 3 parametri utilizzati per valutare i VEMP) tanto più era presente un peggioramento uditivo rispetto ai soggetti con questo parametro nella norma.

In conclusione i parametri utilizzati per i VEMP(IAD ratio) risultano efficaci non solo per studiare la malattia ma risultano essere anche degli utili predittori clinici nel valutare l’ andamento uditivo





L'analisi psicologica nei pazienti con MDM intrattabile.
Furukawa M, Kitahara T, Horii A, Uno A, Imai T, Ohta Y, Morihana T, Inohara H, Mishiro Y, Sakagami M.

In questa ricerca è stato tracciato un profilo psicologico (nevrosi e depressione), in correlazione a dati demografici ed ambientali, dei pazienti affetti da MDM intrattabile.

Sono stati analizzati 207 pazienti con MDM intrattabile a cui sono stati somministrati dei questionari per valutare l'eventuale stato ansioso-depressivo e successivamente sono state raccolte delle informazioni sull'età, il sesso, la durata della malattia, la frequenza delle vertigini, la soglia uditiva in entrambe le orecchie ed i livelli di vasopressina.

Nevrosi e depressione sono state diagnosticate dal 40 al 60% dei pazienti analizzati con MDM intrattabile. I risultati dimostrano anche un miglioramento sia dell'udito che delle vertigini nei pazienti sottoposti a chirurgia che non mostravano alterazioni psicologiche rispetto a quelli risultati positivi.

In conclusione sembrerebbe opportuno nei pazienti affetti da MDM da lungo tempo in cui si manifesti un idrope controlaterale ritardato provvedere ad un supporto psicologico che li aiuti a gestire la progressiva perdita uditiva.




Basi neurofarmacologiche del trattamento delle disfunzioni del sistema vestibolare
Soto E, Vega R, Seseña E.

Obiettivo di questo lavoro è rivedere i meccanismi d’azione dei farmaci utilizzati nel trattamento delle patologie vestibolari.

In questo lavoro I farmaci sono stati suddivisi in 2 categorie secondo il loro meccanismo d’ azione:il primo gruppo comprende quelli che agiscono sui neurotrasmettitori e neuromodulatori ed il secondo che agisce sui canali ionici voltaggio dipendenti.

L'analisi critica della letteratura evidenzia che non esiste comune accordo sul reale utilizzo dei diversi farmaci utilizzati nella pratica clinica.

Lo sviluppo degli studi sempre più focalizzati sulle azioni a livello molecolare e cellulare insieme a dei trials clinici dovrebbe fornirci delle nuove opzioni terapeutiche per il trattamento delle patologie vestibolari.




La crisi menierica: un disordine generato dall’ ischemia/riperfusione dei tessuti
dell'orecchio interno
Foster CA, Breeze RE

Si ritiene che la crisi menierica sia scaturita dall'associazone tra l'idrope endolinfatico e fattori di rischio vascolari ischemici.

L'idrope agisce come un resistore variabile di Starling al livello della vascolarizzazione dell'orecchio interno in grado di provocare un attacco ischemico solo nelle persone con una ridotta pressione di perfusione all'interno dell'orecchio.

Le uniche caratteristiche degli attacchi, sono la mancata risposta vestibolare ed uditiva, seguita da un ritorno alla normalità.

Le caratteristiche peculiari delle crisi sono spiegate dalla differente sensibilità dei tessuti dell'orecchio interno a questa ischemia transitoria con le cellule sensoriali (dendriti e cellule ciliate) che risultano poi maggiormente vulnerabili ai danni da ischemia e riperfusione.

La perdita uditiva ed il danno vestibolare che intervengono dopo svariati attacchi potrebbe essere quindi la risultante di piccole aree di cellule danneggiate irreversibilmente che accumulandosi man mano finiscono per confluire tra loro.

Questa teoria appare fortemente supportata dalla correlazione tra l'idrope con la crisi menierica.

L'induzione della della crisi menierica nel modello animale richiede sia l'idrope che un meccanismo in grado di ridurre la pressione di perfusione dell'orecchio interno.

Esiste inoltre una forte correlazione tra la crisi menierica e le patologie che aumentano i rischi di ischemia cerebrovascolare come l'emicrania.

Se tale ipotesi risulta confermata, il trattamento dei fattori di rischio vascolare potrebbe garantire un controllo sia sui sintomi ma anche sul numero delle crisi riducendo così i trattamenti di tipo ablativo.

Ne consegue che se gli attacchi di Menière sono maggiormente controllati si riuscirebbe anche ad evitare la progressiva perdita uditiva




Effetti dell'associazione tra Nimodipina e Betaistina rispetto alla sola somministrazione
di Betaistina nel trattamento a lungo termine della MDM: 10 anni di esperienza
Monzani D, Barillari MR, Alicandri Ciufelli M, Aggazzotti Cavazza E, Neri V, Presutti L, Genovese E.
Nonostante sia stata proposta una pletora di trattamenti farmacologici a lungo termine per ridurre la frequenza delle crisi di vertigine dovute alla malattia di Menière, non esiste nella letteratura scientifica un consenso generale sulla loro efficacia.

In questo studio retrospettivo vengono riportati i risultati di 10 anni di esperienza clinica relativa all'impiego di due protocolli farmacologici a lungo termine prescritti ai pazienti con diagnosi definitiva di malattia di Ménière (secondo i criteri dell'American Academy of Otolaryngology – Head and Neck Surgery Committee on Hearing and Equilibrium) che completarono il trattamento nel periodo 1999-2009.

Sono state selezionate a questo scopo 113 cartelle cliniche; di queste, 53 relative a pazienti trattati con una somministrazione di betaistina-dicloridrato alla dose giornaliera di 32 mg per sei mesi mentre le altre 60 riguardavano pazienti trattati con una terapia addizionale di nimodipina alla dose giornaliera di 40 mg, per lo stesso periodo di tempo.

La nimodipina, una 1,4 diidropiridina che blocca selettivamente i canali del calcio ad alto voltaggio di tipo L, era stata precedentemente testata come terapia monocomponente nelle vertigini ricorrenti di origine labirintica in uno studio multinazionale, in doppio-cieco riportando risultati positivi.

Una moderata, seppure significativa, riduzione della percezione della disabilità relativa alla vertigine (valutata con l'impiego del Dizziness Handicap Inventory) è stata osservata nei pazienti trattati con betaistina (p < 0,05), ma un effetto maggiore è stato raggiunto nei pazienti trattati con l'associazione fissa dei due composti (p < 0,005).

Con quest'ultima terapia, inoltre, si è ottenuto un controllo più efficace della vertigine (p < 0,005) in relazione alla frequenza degli attacchi. Entrambi i protocolli sono risultati in grado di migliorare significativamente il controllo posturale statico ma anche in questo caso un effetto più consistente è stato raggiunto dall'associazione dei due farmaci.

La betaistina impiegata come monoterapia non ha avuto effetti significativi sul fastidio creato dal tinnito (valutato secondo il Tinnitus Handicap Inventory) nè tantomeno sulla perdita dell'udito (media aritmetica della soglia tonale per le frequenze di 0,5, 1, 2, 3 kHz nell'orecchio interessato) (p > 0,05). L'associazione di betaistina e nimodipina, all'opposto, ha determinato tanto una significativa riduzione del fastidio relativo alla presenza del tinnito quanto un miglioramento dell'ipoacusia (p < 0,005).

Pertanto è stato possibile concludere che la nimodipina rappresenta non solo una valida terapia aggiuntiva rispetto alla singola betaistina nel trattamento farmacologico a lungo termine della malattia di Ménière, ma che potrebbe di per sé esercitare un effetto positivo su diverse disfunzioni dell'orecchio interno, in particolare dell'organo del Corti.
Ulteriori studi per approfondire tale ipotesi risultano comunque necessari.




Effetti della terapia transtimpanica a bassa pressione nei pazienti con MDM monolaterale
non responsivi alla Betaistina
Gürkov R, Filipe Mingas LB, Rader T, Louza J, Olzowy B, Krause E.
Oggetto di questo studio è valutare l'effetto del Meniett device sia sui sintomi che sui markers della patologia audiovestibolare nei pazienti affetti da MDM monolaterale non responsivi alla Betaistina.

Dopo posizionamento di tubo di ventilazione, i pazienti sono stati suddvisi in due gruppi di cui uno sottoposto a trattamento con Meniett e l'altro a placebo. I test effettuati sono stati l'esame audiometrico ed un test calorico con aria oltre alla compilazione di un diario sull'andamento delle vertigini.

E' emerso che nei 68 pazienti che hanno portato a termine lo studio si è verificato un miglioramento sul controllo delle vertigini ma non è stato dimostrato nessun miglioramento sulla funzione uditiva o sulla funzione vestibolare.

In conclusione vista la sicurezza di tale dispositivo potremmo raccomandarla come trattamento di seconda linea nella MDM monolaterale




Ruolo della chirurgia nella MDM
Pullens B, Verschuur HP, van Benthem PP.
Ad oggi varie modalità chirurgiche più o meno invasive sono state prese in considerazione per ridurrei sintomi della MDM, anche se non è chiaro quanto questi trattamenti siano realmente efficaci.

In questa review sono stati presi in considerazione sia trattamenti che vanno ad alterare la naturale storia della MDM sia quelli che vanno ad abolire la funzione vestibolare.

E' emerso che l'unico intervento chirurgico valutato in uno studio randomizzato è stata la chirurgia del sacco endolinfatico.

Sono stati analizzati 2 studi che hanno coinvolto 59 pazienti di cui uno paragonato alla chirurgia del sacco con inserzione di tubo di ventilazione ed un altro rispetto alla mastoidectomia semplice.
Nessuno degli studi presi in considerazione ha riportato un miglioramento rispetto al gruppo placebo o alla semplice inserzione del tubo di ventilazione.

In conclusione i due lavori analizzati non forniscono sufficienti evidenze sul reale beneficio derivante dalla chirurgia del sacco endolinfatico.